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Era il giorno che precedeva il Seldanqith, il periodo durante il quale le costellazioni dei Seldarine vengono oscurate dalle stelle settentrionali, e durante il quale era consuetudine che tutte le tribù di elfi silvani si riunissero all’ombra delle maestose fronde dell’Albero della Vita per celebrare quell’evento che si verificava ogni cinque anni durante il solstizio d’estate e che, secondo la tradizione, vedeva le stesse divinità elfiche scendere tra i loro figli per festeggiare.


I tempi delle fastose celebrazioni, dei banchetti, dei balli e dei canti, che duravano ininterrottamente per giorni erano però un ricordo lontano. Ora tutto era cambiato, una maledizione sembrava essersi abbattuta sulla foresta, e gli ultimi sopravvissuti del loro popolo dovevano combattere quotidianamente per la sopravvivenza.


Erano passati trent’anni ormai da quando avevano notato i primi cambiamenti: piccoli tratti di foresta che sembravano andare in disfacimento e nei cui anfratti più bui si nascondevano creature deformi, a volte orrendamente trasfigurate, ed estremamente aggressive. Poi il male prese ad estendersi, lentamente ma inesorabilmente. Centimetro dopo centimetro infettò zone sempre più ampie, espandendosi verso il centro della foresta: verso quell’immenso e rigoglioso albero che ne era il cuore vivo e pulsante, come attratto dalla sua inesauribile forza vitale. Gli abomini iniziarono ad attaccare i villaggi in cerca di cibo e gli elfi, divenuti da cacciatori prede e costretti a respingere i loro continui assalti, non dormivano più sonni tranquilli. Caddero i primi villaggi e per sopravvivere le restanti tribù decisero di radunarsi attorno al Grande Albero per difendersi reciprocamente.


Ora gli ultimi appartenenti alle antiche tribù che un tempo dominavano la foresta vivevano barricati dietro fitte palizzate, uscendo unicamente per cacciare e senza mai attardarsi fuori oltre l’imbrunire. Quello che rimaneva di loro era solo l’ombra di ciò che erano un tempo, la gioiosa vitalità dei loro occhi si era man mano affievolita, fino a spengersi insieme alle loro speranze, ma la dura caparbietà dei loro spiriti gli impediva di fuggire da quella foresta ed abbandonare il Sacro Albero. Vivevano perciò in attesa di un destino ineluttabile ma pronti comunque a combattere fino al loro ultimo respiro.


Quando più nulla sembrava poter turbare il loro animo, ormai pronto al peggio, ricevettero invece il colpo più duro: scoprirono infatti che, ormai circondati da una foresta quasi completamente corrotta, l’influenza del male li aveva raggiunti anche oltre le loro barricate e nonostante la benefica aura emanata dall’Albero della Vita, impedendogli di procreare. Inutili furono i tentativi dei druidi di innalzare delle barriere contro questi influssi…il male era troppo potente e loro erano ormai destinati all’estinzione.


C’era però qualcuno tra di loro che ancora non si era arreso. Il giovane capotribù Beleg Doron e la sua sposa Glanariel erano infatti riusciti ad avere un figlio, donando nuova speranza al loro popolo. Cinque anni prima, proprio durante il Seldanqith, quando la morsa del male sembrava allentarsi, erano riusciti a concepire il loro amato Estelion (in elfico: figlio della speranza), e quella sera molte altre coppie avrebbero tentato di ripetere il miracolo, confidando nella protezione divina. Sembrava infatti che durante la prima notte del Seldanqith l’aura benefica dell’Albero riacquistasse vigore inondando la foresta circostante e ricacciando indietro il male…anche se solo per poche ore.


Erano quindi tutti in trepida attesa della mezzanotte, desiderosi di tornare a celebrare quella festività che nei loro cuori aveva ora acquistato un nuovo significato…ma qualcosa sembrava non andare per il verso giusto. Le sentinelle sin dal tramontare del sole avevano riportato strani movimenti tra le ombre della boscaglia ai margini della radura che circondava la loro città, era stato perciò incrementato il numero di arcieri lungo tutto il perimetro delle fortificazioni, pronti a qualsiasi evenienza, ma le ore trascorrevano e nulla sembrava accadere…una pace innaturale li circondava instillando nei loro animi un’indefinibile senso di irrequietezza.


A poco più di due ore dalla mezzanotte accadde però qualcosa che andava ben oltre l’immaginazione di chiunque. Orde di abomini si riversarono nella radura diretti verso le fortificazioni in una carica inarrestabile. Inutile la pioggia di frecce scoccate dagli arcieri: ogni rango di creature colpite dalle frecce veniva immediatamente sostituito da un altro rango senza minimamente arrestare la carica, mentre i corpi dei caduti venivano travolti senza alcuna esitazione. Le creature avanzavano in modo scomposto, incuranti delle ferite, come una mandria istupidita e spronata alla carica da un’entità che rimaneva celata tra le ombre ai margini della radura. Raggiunte le fortificazioni le prime file di assalitori vennero schiacciate contro le palizzate da quelli che sopraggiungevano e le creature cominciarono ad ammassarsi le une sopra le altre calpestandosi a morte ma, allo stesso tempo, esercitando una pressione sempre crescente sulle barriere fino a che in alcuni punti le fortificazioni cedettero e gli assalitori cominciarono a sciamare all’interno della città.


Nel frattempo donne e anziani erano stati radunati alla base del Grande Albero. Tra di essi c’era anche Glanariel ed il piccolo Estelion che, ignaro di quanto stava accadendo, col naso all’insù osservava rapito la figura dell’immenso albero. Guidati dal Sommo Druido e scortati da un manipolo di guardie percorsero la grande rampa che correva tutt’intorno all’Albero fino a raggiungere il tempio situato a metà della sua altezza, dove due enormi rami facevano da sostegno ad una vasta piattaforma al cui centro sorgeva l’altare del Dio Rillifane Rallathil, protettore della natura e patrono degli elfi silvani.


Ormai le mura erano quasi completamente abbattute ed i combattimenti si facevano sempre più prossimi all’Albero. Gli echi della battaglia ora si udivano con maggior chiarezza e giungevano da ogni direzione: erano in trappola e ne erano consapevoli.


Ben presto gli ultimi difensori della città si trovarono a far cerchio attorno alla base dell’Albero, avevano combattuto con valore ma il numero soverchiante di nemici non dava loro alcuno scampo ed ora, spalla contro spalla, attingevano a tutte le loro energie per quell’ultima e strenua difesa di quanto era loro più caro: la famiglia ed il simbolo stesso della Vita.


Ad un certo punto però gli abomini smisero di combattere ed arretrarono di diversi passi rimanendo poi immobili come delle bestie ammaestrate in attesa di un ordine, i difensori a loro volta si ricompattarono e si fecero più vicini all’Albero serrando la difesa, incerti sul comportamento dei nemici ma pronti a qualsiasi evenienza. Delle ombre si allungarono sotto la massa di corpi informi acquistando man mano spessore e consistenza fino ad ergersi, imponenti e minacciose, di fronte ai difensori. Era chiaro che l’ultimo assalto sarebbe stato guidato dagli invisibili (almeno fino ad allora) generali di quell’esercito di automi. “Non crediate che abbasseremo le armi solo perché siamo in trappola, venderemo a caro prezzo le nostre vite!” fu Beleg Doron a rompere il silenzio. “Delle vostre inutili vite non ci importa nulla…” fu un’Ombra a parlare. “Vi faremmo volentieri linciare dalle nostre creature…” disse una seconda. “Ma non vogliamo rischiare che facciano del male al piccolo lassù…” disse una terza. “Altrimenti andrebbero persi anni di lavoro…” disse una quarta. “Tutto il tempo impiegato per indurre la nascita di un prescelto…” disse una quinta. “Il cui sangue fosse abbastanza potente da accogliere lo spirito del nostro Signore…” disse una sesta. “Ma oggi finalmente avrà luogo il rituale…” disse una settima. “E grazie alla linfa del vostro albero…” disse un’ottava. “Lo Spirito del grande Iarraug potrà destarsi dal suo sonno e prendere dimora nel suo corpo!” disse infine la nona ed ultima Ombra. Si accinsero quindi ad avanzare quando improvvisamente il Grande Albero iniziò a rifulgere. La mezzanotte non era ancora scoccata e questo inaspettato evento colse alla sprovvista le Ombre che, investite dalla luce, iniziarono a perdere consistenza e furono costrette ad indietreggiare. Nel frattempo sulla sommità dell’Albero un altro evento straordinario stava accadendo: un grosso ramo si era abbassato sino all’altezza del piccolo Estelion, che lo guardava affascinato. Tra le foglie del ramo iniziò a prendere forma un germoglio che in breve tempo sbocciò in un fiore, il fiore iniziò subito a gonfiarsi ed i petali caddero rivelando una ghianda argentea che man mano maturava. La ghianda cadde tra le mani del piccolo che le aveva istintivamente racolte a coppa sotto di essa ed immediatamente si sciolse come neve al sole fino a scomparire completamente. Quando Estelion tornò a voltarsi ed incrociò lo sguardo della madre ella, per un attimo, vide degli occhi vecchi come la foresta da cui traspariva una profonda tristezza, poi in essi tornò brillare l’innocente spensieratezza dei bambini.


Dopo di che l’aura emanata dall’Albero iniziò ad affievolirsi mentre la corteccia si raggrinziva e le foglie cadevano copiose…l’Albero stava morendo! Le Ombre, intuendo che qualcosa non andava per il verso giusto, si lanciarono verso la rampa che conduceva in cima all’Albero ignorando l’ormai flebile forza che si opponeva al loro avanzare. Beleg Doron con i suoi soldati tentarono di fermarle brandendo le loro armi ma le Ombre li attraversarono come degli spettri, tramutando in pietra tutto ciò che toccavano.


Il Sommo Druido capì all’istante quale era l’obiettivo delle creature e cosa doveva fare prima che i nemici arrivassero: senza indugiare oltre accostò una foglia alla bocca premendola con due dita sulle labbra e soffiando emise un acutissimo fischio, dopo qualche istante dalla folta chioma dell’albero discese in picchiata verso di loro un gigantesco gufo dal piumaggio argentato. Il druido agì in fretta prendendo Estelion in braccio e alzandolo al di sopra della propria testa. Nello stesso istante il gufo, che terminava la sua picchiata dispiegando le ali, tese gli artigli e afferrò il piccolo, poi con pochi battiti d’ali riprese quota e si allontanò a gran velocità verso una meta sconosciuta.


Glanariel rimase a lungo a fissare quel punto ormai vuoto nel cielo, anche quando arrivarono le Ombre non distolse lo sguardo…e così rimase, immobile per l’eternità, le lacrime cristallizzate in piccoli diamanti sul volto di pietra.


Estelion pianse a lungo tentando di liberarsi dalla forte presa del gufo. Era solo, aveva freddo e voleva tornare tra le calde braccia di sua madre…perché l’avevano portato via da lei? Non capiva quanto stesse accadendo e la paura gli attanagliava il cuore quando, ad un tratto, un caldo tepore lo avvolse e le sue palpebre cominciarono a farsi pesanti, scivolò così in un profondo sonno privo di sogni.


Quando si svegliò era sdraiato su un pagliericcio in una capanna, accanto a lui un vecchio dall’età indefinibile lo osservava con aria assorta. Arromon, così si chiamava il vecchio, gli raccontò di averlo trovato addormentato tra i cespugli ai margini di una radura. Non essendo riuscito in alcun modo a svegliarlo lo aveva preso in braccio, portato nella sua capanna e aveva usato tutte le sue conoscenze druidiche per tentare di sciogliere l’incantesimo di cui senza dubbio era vittima…ma non vi era riuscito. Aveva deciso allora di accudirlo finchè l’effetto non fosse svanito da solo, alla peggio avrebbe chiesto aiuto a qualche mago di sua conoscenza, ma visto che il ragazzo non sembrava in imminente pericolo di vita, il suo sonno sembrava sereno e le funzioni vitali stabili, preferì aspettare. Erano passati cinque giorni prima del suo risveglio ed ora il druido era curioso di conoscere la storia del suo ospite.


Ma il piccolo non ricordava più ne il suo nome ne da dove venisse e non seppe rispondere a nessuna delle domande del druido. ‘Siccome non ho mai visto degli occhi di un verde così brillante – disse Arromon – ti chiamerò Jade…almeno fino a quando non ricorderai il tuo vero nome’.


L’unico legame col passato rimasto al piccolo era un ciondolo che portava al collo recante uno stemma nobiliare. Arromon lo aveva riconosciuto subito come lo stemma di uno dei più antichi casati di Alma e così condusse Jade da quella che sarebbe stata, per i giorni a venire, la sua famiglia…i De Alma.