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L’inizio della mia storia risale ormai a quasi 100 anni or sono, a quel tempo la capitale dell’Impero era diversa da come la conosciamo oggi ed il temibile vampiro Vladimir doveva ancora fare la sua seconda tragica comparsa nel nostro mondo.

Ricordo ben poco della mia esistenza come uomo normale ma nacqui nelle campagne vicino al castello di Lord Markam, da una famiglia di contadini, e mi venne dato il nome Thunder in onore al dio del tuono Holder. Fin da giovanissimo mostravo una buona predisposizione alla magia e all’arte della guerra, quindi mio padre decise di mandarmi a studiare ad Alma per potere essere istruito sia come mago sia come guerriero. 

Mi allenai fin ad essere abbastanza esperto in entrambi e mi accorsi che un fiero paladino seguiva attentamente la mia crescita, il suo nome era Tristan. Quando gli spiegai l’origine del mio nome mi spiegò che c’era un ordine, i Cavalieri del Tuono, che era stato creato proprio dal dio a cui la mia famiglia era tanto devota e mi propose di entrarvi.

Colto dall’entusiasmo presi troppo alla leggera la missione che mi fu affidata e affrontai il grande Ryu-Ken non essendo ancora in grado di poterlo sconfiggere. Il potentissimo monaco non ebbe pietà di un giovanotto che l’aveva sfidato tanto impunemente e mi uccise senza che io avessi nemmeno il tempo di sfiorarlo con un dito. 

Allora accadde che c’era anche un altro essere che mi stava osservando da lungo tempo: Il terribile demone Malebolgia. Costui altri non era che il Signore dell’ottavo cerchio Infernale, il cui compito era allestire un potentissimo esercito di demoni per lo scontro finale (L’Armaggeddon) con le forze del Bene, dove in palio ci sarebbe stato il dominio assoluto sulla terra.

Questa creatura malvagia era sempre alla ricerca di nuove anime da sottomettere al proprio volere per il suo scopo oscuro e così, appena morii, entrò in contatto con la mia anima ancora confusa. Egli mi disse che, se avessi accettato di servirlo, mi avrebbe restituito la vita e mi avrebbe reso tanto potente da potermi vendicare su colui che mi aveva barbaramente ucciso. Ancora sconvolto e frastornato, nonché assolutamente inconsapevole della mia condizione, accettai senza riflettere pensando che tutto quello che stavo vivendo fosse solo un orribile sogno e che presto mi sarei svegliato, come ogni giorno, nella mia camera alla “Taberna Viatoris” di Giulietta.

Ed infatti mi svegliai convinto davvero di aver avuto un brutto sogno, ma stranamente non ero nella mia stanza d’albergo, bensì sdraiato sulla fredda terra poco lontano dalle porte della Capitale. 

Decisi di incamminarmi verso le rassicuranti luci della grande città e allora mi accorsi di non avere più il mio equipaggiamento: La mia spada, la mia armatura e tutto il resto non difendevano più il mio corpo, al suo posto c’era uno strano costume nero con una grossa “M” bianca che mi ricopriva totalmente e che si adattava perfettamente ai lineamenti dei muscoli, inoltre avevo delle strane catene avvolte su entrambe le braccia che però non pesavano minimamente . 

E Non era che l’inizio. Quando entrai in città, ancora interrogandomi su come ero finito lì e sul costume, vidi le espressioni inorridite sulle facce degli avventurieri che incontravo e taluni si davano addirittura alla fuga. Un uomo, armandosi di coraggio, mi imprecò contro e mi disse che non volevano esseri della mia razza nella loro città.

Prima che avessi il tempo di protestare una delle guardie imperiali estrasse la spada e fece per colpirmi, ma in quel momento una delle catene si animò come mossa da un potere sovrannaturale e disarmò l’aggressore. 

Coloro che avevano assistito alla scena fuggirono come se li avesse colti la peste, guardie incluse.

Io ero ancora più sorpreso di loro e volli specchiarmi nella fontana della città per capire, catene a parte, cosa li spaventava tanto del mio aspetto. L’immagine riflessa che vidi fu disgustosa: La carne del mio viso si staccava a brandelli come se fosse in pieno stadio di decomposizione, i miei occhi erano vuoti senza più nulla di umano e brillavano di uno strano colore verde.

In un attimo presi coscienza di quello che era accaduto: non era un sogno quello che avevo fatto… ero davvero morto e risorto con un nuovo corpo, quello di un demone!!!



Mi nascosi nel vicolo più buio della città, vicino alla gilda dei ladri, dove nessuno mi potesse vedere. Non riuscivo a comprendere quello che ero diventato, avevo dei poteri che non avevano nulla a che fare con la magia che avevo imparato da uomo ma che ero in grado di evocare con un solo pensiero.

Mi ricordai di aver sentito parlare di questo genere di potere e mi pareva che ci fosse un uomo, lì in città, che insegnasse a dominarlo. Scoprii inoltre che ero in grado di cambiare i lineamenti del mio corpo a piacimento (in seguito venni a conoscenza che tutti gli Psionici sapevano farlo, e si chiamava “Personificazione Psichica”) ma stranamente non riuscivo ad assumere il mio aspetto originale.

Nella forma di un giovanotto alto e biondo mi recai al Tempio della Mente di Padus a cui chiesi di insegnarmi a dominare quel potere che mi ero ritrovato. Più il tempo passava e sempre più disprezzavo quello che ero diventato: ero solo e senza più nulla da perdere, nemmeno l’anima. Odiavo il mondo e tutto quello che c’era sopra, ma soprattutto invidiavo la Vita che pulsava in ogni cosa e di cui solo ora capivo l’importanza.

Per un periodo vissi come un vero demone malvagio, terrorizzando i villaggi e uccidendo chi più mi disturbava, senza sapere che questo era proprio ciò che Malebolgia voleva da me.

Fu allora che incontrai colui che fu il mio secondo Maestro: il grande Juri. Rimasi affascinato da come riusciva a controllare perfettamente i poteri della sua mente e chiesi di essere addestrato da lui. Quindi venni a conoscenza che egli non era uno psionico come gli altri allievi di Padus, ma addirittura il Signore dei Neuroni in persona! Non so come ma mi prese in simpatia, pur avvertendo la mia natura malvagia e soprannaturale, e mi insegnò tutto quello di cui era a conoscenza dei segreti che nascondeva il Potere della mente. 

Di li a poco però egli scomparve misteriosamente, lasciandomi di nuovo solo con la mia dannazione sebbene lievemente alleggerita da una maggior consapevolezza di me stesso e delle mie facoltà.

Il destino volle che allora feci il primo incontro che cambiò radicalmente la mia esistenza di demone e di psionico. 

Stavo vagando come al solito in cerca di una nuova preda su cui sfogare tutta la mia frustrazione e testare il mio potere, quando incrociai la strada di un giovane Paladino dall’armatura lucente. Il mio primo istinto fu quello di sopprimerlo poiché egli mi rammentava quello che avevo sempre desiderato e non avevo potuto essere, ma questo strano ragazzo evidentemente riuscii a captare la lotta che devastava la mia coscienza e decise di rinfoderare l’arma che in un primo tempo aveva estratto per difendersi, invocando gli spiriti benigni che lo proteggevano.

Rimasi sorpreso da quell’atteggiamento così sicuro e lo ammonii di non sfidare l’ira di un demone dell’Inferno, ma egli mi rispose che se io fossi stato uguale a un demone come quelli che conosceva lui non avrebbe esitato a far ricorso a tutto il suo potere, derivato dagli stessi dei, per abbattermi. 

Denethor, presentandosi con questo nome, si rese conto che ero molto abile nell’usare i poteri psi e mi parlò di un ordine che aveva come scopo il riunire tutti i maggiori esperti delle varie arti per costituire un'unica Grande Conoscenza del tutto.

La prospettiva di poter apprendere ancor di più sulla mia arte e su tutte le altre mi allettò non poco: forse così avrei trovato un modo per rimediare a quel mio stato miserabile, forse avevo ancora una speranza.

Così divenni in breve tempo uno dei migliori feziali psionici dell’ordine dei Salii a cui capo c’era Dalamar, il chierico nero, ed in breve tempo venni a sapere che c’era un modo per estendere il potere anche al di sopra dei normali confini: quello che chiamano Immortalità. Se avessi ottenuto quel potere sarei stato abbastanza forte da distruggere Malebolgia e tutta la sua dannata cerchia, così che nessun altro dopo di me avrebbe potuto condividere il mio stesso destino.

Nel Frattempo però una maledizione sembrava colpire tutti gli psionici più potenti che conobbi a quel tempo: il prode Ulisse e il mio Salio (così si chiamava il capo-casta e maestro di una singola arte all’interno dell’ordine) Dante scomparvero anche loro in circostanze misteriose. Mi ritrovai così unico rappresentante della classe Psi nei Salii, ed il maestro Dalamar decise di assegnarmi temporaneamente il titolo di Salio sostituto.

Ora, essere il Salio degli psionici era un compito di grande responsabilità, allo stesso tempo un grandissimo onore e un grandissimo onere: infatti non c’era carica piu’ alta, per ciascuna casta, che fosse ugualmente riconosciuta dagli dei e perciò dovevi essere il punto di riferimento stabile per tutti i giovani che avessero deciso di seguire quella determinata strada..

Ricoprendo questo importante incarico feci la conoscenza della seconda persona che cambiò la mia esistenza.

Decisi di prendere come allieva una donna non più giovanissima ma poco esperta poiché, stando a quanto mi raccontò, aveva passato moltissimi anni in un tempio in pura meditazione senza mai uscire e per questo veniva chiamata “La Signora dei Sogni”. 

Arwen, così si chiamava, suscitava in me un grandissimo interesse per come le facoltà mentali fossero diverse se usate da una donna, ma presto capii che non era solo questo che mi attirava. Ella aveva un corpo snello e slanciato, la sua lunga capigliatura nera le arrivava fino alle spalle ricadendo sensualmente sulla veste di pizzo nero che era solita portare.

Ad un tratto mi resi conto di non aver perso del tutto i miei sentimenti umani e, dopo tantissimo tempo passato solo ad odiare ed invidiare, mi accorsi che ero ancora in grado di AMARE!!!

La mia riscoperta e travolgente passione per la bella Arwen era comunque destinata a non essere corrisposta: ella infatti era la donna del temibile capo dei Vampiri Straiter, il quale aveva scelto spontaneamente di abbandonare le forze del bene e dei Cavalieri del Tuono(!) per unirsi a Vladimir nella sua crociata di sangue.

Pur temendo l’ira del vampiro, decisi di confessare alla mia allieva tutto quello che sentivo per lei ed Arwen, scossa profondamente, ammise che anche lei provava qualcosa di simile all’amore anche se solo per la mia figura di Maestro.

Una notte però la bella psionica si recò nelle stanze dove dimoravo per chiedermi conforto dopo un brusco litigio con il suo amato, non era la prima volta che capitava ma quella sera successe qualcosa di speciale: le nostre menti e i nostri spiriti si toccarono così profondamente che non riuscimmo più a divincolarci. Quella sera Arwen concepì una figlia: la piccola Isil.

A quel punto Il Maestro dei Salii decise di indire un torneo tra tutti gli Psionici dell’ordine per nominarne Il Salio, visto che la carica era vacante da troppo tempo, (Io ero solo un sostituto e non portavo ancora L’Ancilia, lo scudo sacro che solo I Salii potevano usare.) e il destino sempre più beffardo mi mise di fronte la mia amata allieva come avversaria. 

Sebbene possedesse già un grande potere, Arwen non riuscii a sconfiggermi (forse colta da timore reverenziale e comunque probabilmente, a quel tempo, ero ancora più forte di lei) vincendo una sola prova sulle 5 previste. Così con la benedizione della nostra protettrice Silvara, venni nominato ufficialmente Salio degli Psionici.



Sempre in quel tempo mi capitò, in una delle mie peregrinazioni, di imbattermi in un villaggio di giganti sulle montagne di Alpes oppidum. Gli abitanti di quel villaggio ebbero la stessa reazione di quelli della città di Alma e mi attaccarono numerosi dandomi la caccia come se fossi una belva feroce. 

Incollerito da quel loro atteggiamento, feci ricorso a tutto il mio potere per sgominarli ed ucciderli.

Quando scese finalmente il silenzio mi accorsi che in mezzo a loro c’era un uomo che brancolava tra i cadaveri mugugnando strane parole. Guardando bene vidi che non si trattava di un uomo ma bensì di un piccolo di gigante (non avevo pensato che le dimensioni di un bambino di quella razza potessero essere quelle).

Egli mi guardò con aria innocente e sussurrò la parola “abbà’” che probabilmente non aveva nessun significato per me (non conoscendo la lingua dei giganti) ma che io compresi come se avesse voluto dire “papà”. Mi impietosii a tal punto che decisi di prendere quel bambino (si fa per dire) con me e crescerlo come un figlio. Lo chiamai Fudo e , essendo fortissimo fisicamente, decisi di farlo addestrare da guerriero.

Fudo ed Isil divennero ottimi amici anche se il giovane gigante la chiamava sempre “padroncina” per rispetto nei miei confonti.

Questo momento di serenità quasi familiare però era destinato a non durare: infatti Arwen decise di seguire il destino del suo futuro sposo e diventare anch’essa una Vampira assetata di sangue. Inoltre aveva deciso di unirsi a Isil in un complesso processo di fusione per poter ottenere un unico corpo più giovane ed infinitamente più potente.

In quel preciso momento mi sentii ricadere nell’abisso senza speranza in cui mi aveva precipitato Malebolgia molto tempo prima, poiché le uniche donne che avevo mai amato, la mia allieva e mia figlia, stavano anche loro per cedere alla stessa oscurità che mi aveva privato dell’anima e di una vita normale. Impazzito dal dolore decisi di eliminare alla radice il problema affrontando e sconfiggendo l’origine di tutti i miei mali: Malebolgia!

Purtroppo non ero ancora abbastanza potente da poter affrontare con successo uno dei signori dell’Inferno (lo scontro è descritto dettagliatamente al sito del libro Rosso dei Salii, se avete tempo andatelo a leggere) e Fudo, accorso appena aveva appreso la notizia, tentò di salvarmi usando l’energia della sua anima pura e incontaminata contro il perfido Demone per distruggerlo. Lo stratagemma però ebbe solo il risultato di ferire lievemente Malebolgia e Fudo crollò a terra privo di vita a causa dello sforzo commesso. 

Il mio signore e creatore nella sua “infinita bontà” decise di non distruggermi e risolvere il problema dei miei eccessivi sentimentalismi privandomi del cuore. Senza quella parte che mi rendeva in parte umano divenni un perfetto soldato dell’Inferno, cinico e spietato, un vero mietitore d’anime. Fu solo grazie a tutti i Salii e all’amore di mia figlia (anche questa avventura, la cui realizzazione è stata merito di Firelord, è narrata in modo dettagliato nel libro rosso) che riuscirono a ritrovare i 4 pezzi del mio cuore sparsi per il mondo a ricomporlo e a reinserirlo, dopo avermi sconfitto e stordito, nel mio corpo di Necro-plasma che riuscii a tornare come ero prima.



Il mio primo pensiero fu quello di riportare in vita Fudo. Infatti ero riuscito ad assorbire parte dell’energia proveniente dalla sua anima nello scontro con Malebolgia ed avevo assimilato la sua coscienza grazie ai miei poteri Psi. 

Fu difficile, rischiai più volte di rimanere sopraffatto dall’energia positiva che scorreva in me e dilaniava la mia carne pregna di malvagità, ma alla fine riabbracciai il mio compagno, il quale ora aveva il corpo forte e potente di un Barbaro delle montagne di fuoco.

Dopo quella disavventura mi resi conto che non potevo sacrificare tutto quello per cui i miei compagni avevano lottato solo per egoismo e per vendetta, quindi decisi di dare la mia benedizione di Maestro ad Arwen per il suo matrimonio e per la sua nuova non-vita di vampira.

Ci furono altri due amori nella mia esistenza di demone: Kyo e il mio più grande fallimento, Eini. La prima era una brava psionica ma non riuscì mai a metabolizzare appieno i miei insegnamenti e, volendo seguire le mie orme, decise di intraprendere anche lei il duro cammino verso l’Immortalità. La mia storia con lei durò poco, poiché incontrai un’altra giovane Psionica di nome Eini. 

Ora, ella riuscì a suscitare in me un altro sentimento che da tempo avevo sopito: la tenerezza. 

Questa giovane psionica era maledettamente fragile e mi meravigliai che Padus l’avesse addestrata pur non avendone i requisiti, però stranamente con lei avevo un’affinità telepatica superba: Io riuscivo a scrutare fin negli angoli reconditi della sua anima e lei riusciva a captare il mio bisogno di affetto e di calore umano ogni volta che ne avevo bisogno. Decisi di prenderla con me per farne una vera Psionica, infatti pensavo che unendo la mia esperienza con l’amore sarei riuscito a farle superare i suoi limiti e a renderla un allieva modello come era successo con Arwen.

Il resto della storia però fu una tragedia: ogni volta che veniva sconfitta e notava di non essere alla mia altezza, Eini si incupiva e mi chiedeva di lasciarla perché avrebbe solo sminuito la mia figura di Maestro avere una donna e allieva così incapace. 

All’ennesimo piagnisteo la mia pazienza venne meno… tornai per un attimo ad essere il demone senza cuore che Malebolgia voleva e gli dissi di sparire dalla mia vista, poiché non me ne facevo nulla di una psionica che non sapeva fare la psionica e non sapeva trarre insegnamento dai suoi errori. 

Eini non resse il colpo e, dopo qualche tempo, si tolse la vita.

Questa era la maledizione del mio creatore: chiunque mi stesse vicino era destinato a soffrire, morire o a cadere anch’egli nel baratro dell’oscurità. Allora chiusi tutti i miei rapporti con l’esterno e decisi di passare tutto il tempo a meditare nella mia stanza al tempio dei Salii, cercando di studiare ancora più a fondo i miei poteri perché le future generazioni potessero usufruire della mia conoscenza evitando però il mio tocco maledetto.

Scoprii anche che oltre al nostro mondo ce ne erano molti altri su diversi piani dimensionali: viaggiai in molti di questi, conobbi le loro usanze e appresi alcuni dei loro poteri, ma non riuscii mai a lasciare per sempre il mio mondo sebbene molte volte sia stato tentato di farlo.

Di ritorno da uno dei miei viaggi dimensionali, scoprii l’ultima amara verità che dovetti sopportare: Eini, prima di morire, aveva partorito una figlia, Inie, che mi odiava con tutte le sue forze.

Cercai di rimediare al male che avevo fatto alla madre prendendomi cura della figlia, anche se a distanza poiché ella non voleva avere nulla a che fare con me. 

L’unica cosa che però riuscii a fare per lei fu aprirle uno di quei portali che consentivano di viaggiare tra le dimensioni e, salutatomi, sparii anche lei per sempre dalla mia vita.



Ricordo che una sera, qualche tempo dopo, ero rimasto a meditare in una via del villaggio gitano, quando una bambina zingara, forse la figlia della Chiromante, mi si avvicinò e mi disse: “Cosa ti affligge, Uomo Triste?”.

Da allora il mio soprannome fu quello, poiché nella mia vita avevo conosciuto solo la tristezza e la disperazione della mia condizione, condannato a non poter amare, sebbene ne fossi ancora capace, per evitare le mie stesse sofferenze a coloro che amavo.



Vi ho raccontato questa storia perché siate coscienti che a nessuno dovrà mai capitare la mia stessa sorte e per far ciò devo assolutamente distruggerne la causa: Il demone Malebolgia. 

Ci sono solo due modi per farlo: il primo è grazie al potere dell’immortalità, il secondo… non voglio nemmeno pensarci ma non esiterò ad usarlo in caso fallissi la prova.

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Lo scontro con Malebolgia

Il cuore di Hellspawn