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Voglio narrarvi una storia...

Arvandor è, per chi non l’ha mai sentito nominare, uno dei cosiddetti “piani superiori d’esistenza”. Uno di quei luoghi abitati da creature, o planari, che hanno come fine, o come principio, a seconda dei punti di vista, quello che viene definito generalmente come “bene”. Senza entrare in una lunga e infruttuosa dissertazione filosofica su cosa sia, o non sia, il bene, per chiarire ulteriormente cosa sia il piano d’Arvandor, dirò soltanto che fra i suoi gironi (o cerchi) quello forse più noto è Olimpo, che estende una parte di sé anche nel piano materiale dove sorge l’impero almense.

Ma la parte di Arvandor da cui inizia questa storia è più... “lontana”, se vogliamo usare questo termine... e non appartiene a nessuno dei cerchi... è la dimora degli Eladrin, Arborea.

Come? Cosa accidenti è un Eladrin?

Beh, potrei cominciare dicendo quello che mi fu insegnato quando ero ragazzo, che gli Eladrin sono gli angeli degli elfi... in pratica si narrava che, quando un elfo che abbia vissuto una vita retta arriva alla fine della sua vita mortale, il suo spirito si “trasforma” e diventa un’entità superiore, l’Eladrin appunto, che può di quando in quando aiutare, generalmente senza farsi vedere, gli elfi che vengono reputati degni... grossomodo come gli angeli guardiani, o custodi, come dicono normalmente gli umani.

E questo era ciò che mi fu insegnato nell'infanzia e che molti, persino fra gli Eladrin stessi, ritengono sia la verità. In realtà, gli Eladrin sono una delle numerose specie appartenenti ai fey, altrimenti noti come fae, più comunemente conosciuti come popolo fatato... anche se non sono un popolo, ma una quantità di specie di creature che, pur vivendo in numerosi mondi e piani, non hanno nulla di... extraplanare. Anzi, è quasi certo che l'origine degli Eladrin sia comune a quella degli Elfi, ma vi sia stata una divergenza a un certo punto e che i primi siano vissuti in mondi ancora più intrisi di magia, da qui l'affinità e l'appartenenza alle creature fatate.

Mi permetto anche di aggiungere che esistono diverse razze, o categorie, di Eladrin, che originano a seconda della natura dell’elfo dal cui spirito provengono; la natura, badate, non necessariamente la razza. Detto questo, dovrebbe essere abbastanza chiaro che gli Eladrin non nascono, o meglio, non sono generati come le razze dei piani materiali. O almeno, questa è la norma... ma come ogni norma che si rispetti, è accaduto che fra gli Eladrin di Arvandor vi fosse una nascita “normale”... beh, normale dal punto di vista materiale, ma di certo non per loro.

Come era stato possibile?

Esattamente nello stesso modo per cui è possibile che venga concepito un elfo, un umano, o una qualunque razza di mammiferi senzienti dell’impero di Alma e dintorni; non starò a spiegarvi i dettagli, perché non è questo lo scopo di questa storia, ma vale la pena di menzionare l’occasione e i genitori che hanno generato questa nuova vita.

Capita, di quando in quando, che i demoni, o i diavoli, o financo entrambi, tentino di assaltare i piani superiori, per indebolirli, o come diversione da qualcosa di più importante che, per le forze planari inferiori, spesse volte si riduce a rovesciare un governo, o a scatenare delle guerre fra i mortali, o a liberare un principe demone imprigionato... ma sto divagando. Fatto sta che nell’occasione che interessa la nostra storia, a rintuzzare gli attacchi dei demoni accorressero i demoni Asuras. Cioè, gli spiriti Asuras.

Ecco, forse ora qualcuno farà confusione, per l’abitudine tutta mortale di dare al termine ‘demone’ una connotazione negativa, mentre il termine dovrebbe semplicemente rappresentare delle creature planari dotate di un discreto “potere”. Non mi dilungo troppo nella spiegazione, poiché esula dalla nostra storia, e potrebbe indurre ad altre confusioni, limitatevi ad assimilare, per analogia, che gli Asuras siano simili alle Vendette Divine che popolano i gironi più alti di Monte Celestia (mi perdonino gli studiosi dei piani e i teologi almensi che leggono queste righe, ma sto enormemente semplificando).

Ebbene, dopo che i demoni furono ricacciati, mentre alcuni si occupavano di onorare i caduti, accadde che una donna Eladrin, una Firre, cantrice e poetessa, come molti della sua genìa, e un guerriero Asuras, si... beh si innamorassero: essere creature planari non rende immuni dai moti dell’animo.

Per farla breve, questo amore generò frutti, come alcuni di voi già sospettano, anzi, un frutto. Un neonato assolutamente unico nel suo genere, e anche l’unico neonato del piano d’Arvandor, quell'anno...

Di solito un Eladrin Firre è simile a un elfo, solo che ha i capelli e gli occhi rosso fuoco, la sua voce può trasformarsi in un’arma vera e propria, e possono invocare i fulmini, che infatti non possono ferirli; un Asuras invece ha un aspetto che un umano (o anche un elfo) potrebbe definire inquietante: le gambe, sotto al ginocchio, sembrano artigli di rapace, gli occhi sono due specchi d’argento luminosi, i capelli sono scarlatti e arruffati, tanto da sembrare simili a fiamme, e fiamme vere e proprie bruciano sulla loro schiena, prendendo vagamente la forma di ali, consentendo all’Asuras di volare e di ferire il proprio avversario. Così, quindi, erano i genitori del nuovo nato, che somigliava contemporaneamente a entrambi e a nessuno: i capelli, ribelli e scarmigliati come quelli del padre, erano di un insolito colore azzurro, le gambe erano muscolose, come quelle paterne, ma erano tornite come quelle della madre. Per il resto, somigliava a un Eladrin, anche se i tratti erano più affilati, i muscoli più delineati, come è tipico degli Asuras. Ma l’aspetto più curioso, forse, erano gli occhi del bambino: quello destro era d’argento, luminoso come l’acciaio portato al calor bianco, come quelli del padre, mentre l’occhio sinistro era di brace ardente, con riflessi cremisi, vermigli, e scarlatti, come quelli della madre, da cui entrambi gli occhi del neonato avevano anche preso il taglio.

A una prima occhiata era più Eladrin che Asuras dunque, tuttavia... tuttavia non era “tutto Eladrin”, come subito fu fatto notare. (E, alla luce di quanto sappiamo sulla natura planare e fatata delle due razze, in realtà il giovane era “ancor più mezzo sangue” di quanto non potesse sembrare).

Quasi tutti, in Arvandor, temevano e diffidavano del fanciullo mezzosangue, temevano che cedesse il passo alla natura di vendicatore, di demone celeste. E alcuni, molti in verità, non erano del tutto convinti che quello fosse proprio un Eladrin. Tuttavia, quando il padre si offrì di portarlo con sé, fra gli Asuras, gli anziani furono contrari, viste le ovvie somiglianze.

Il dubbio su cosa fare del bambino fu risolto dal Consiglio, che decise di affidare la sua educazione, e di farlo esaminare, dagli Arconti dei Sette Cieli di Celestia, che certamente gli avrebbero insegnato le vie più consone (e possibilmente, le più divergenti da quelle degli Asuras).

Monte Celestia è, per molti, un posto splendido, per altri un luogo pericolosissimo... per il giovane era probabilmente il posto più noioso che avesse mai visto.

Giustizia e Ordine.

Ordine e Giustizia.

Qualsiasi forma di autonomia di pensiero, se non era allineata con alcuni dettami, era vista con circospezione, quasi fosse il seme del peggiore dei mali... un bambino doveva solo studiare, ma se il bambino non era un arconte, e quindi aveva una diversa natura? Storia, filosofia, letteratura, teologia, etica, tutti studi difficili per un bambinetto, eppure tutti obbligatori, lassopra... e anche i giochi erano divertenti... per loro: i giovani agathinon erano orgogliosi delle loro ali candide, di come potevano scendere in picchiata fra i gironi e risalire poi in volo... e quante volte erano stati così “gentili” da coinvolgerlo in questo gioco... lo portavano in alto, nel cielo, e lo lasciavano, in picchiata. O meglio, lo lasciavano precipitare per centinaia di metri, per poi riprenderlo al volo, tranne in qualche occasione in cui facevano male i conti...

La sorte volle che fosse salvato sempre, in quelle occasioni, dalle Muse...

Quel ragazzino ribelle fra gli arconti era loro simpatico, forse perché anch’esse erano degli estranei sul Monte Celestia... lo presero in simpatia, nove zie gentili che lo viziavano e gli insegnavano, con dei giochi, i rudimenti delle loro arti, che lui apprendeva voracemente (lo stesso non si può dire delle nozioni impartitegli dai mentori dei sette cieli).

Forse anche in virtù di questa attitudine all’arte bardica, dopo alcuni anni, terminarono gli studi, il ragazzo nei sette cieli, e gli arconti su di lui. Dissero semplicemente che era libero di andare di nuovo a casa, certi che lui fosse “un Eladrin, tutto sommato”.

Tuttavia il ragazzo non restò a casa a lungo: sua madre gli disse che avrebbe viaggiato di nuovo, con gli Asuras, contro il volere degli altri Eladrin, poiché lei, al contrario del resto di loro, non voleva contrastare la natura e il sangue di suo figlio.

Il primo viaggio lo condusse in Elysium, e per la prima volta, poco più grande di un bambino, impugnò una spada, e prese ad addestrarsi nelle arti della guerra, accompagnato dallo sguardo vigile del vendicatore celeste e dai piccoli canti che egli stesso componeva, per passare il tempo.

Probabilmente nessuno aveva mai commesso tanti errori in addestramento, però apprendeva velocemente, commetteva errori sempre nuovi, mentre affinava la propria tecnica, e sempre più rari, col passare delle stagioni.

Anche in quei tempi, la compagnia più gradita era quella delle Muse, che gli raccontavano storie di eroi vecchi e nuovi, leggende di stelle che sorgevano, e canti che celebravano la vita, le passioni, e i sentimenti.

Il suo mentore, l’Asuras, non gli disse mai chi fosse; sospetto che il legame fra maestro ed allievo fosse più profondo di quanto non trapelasse, ma la mia temo resterà sempre e solo una supposizione. Di quando in quando, recandosi nei piani materiali per esercitare il proprio intervento di emissario divino, l’Asuras lo portava con sé, non perché agisse insieme a lui, ma perché apprendesse sul campo la vera natura di mortali e immortali.

Un evento si incise profondamente nel ragazzo, durante uno di quei viaggi: l’Asuras era lì, alto nel cielo, fiammeggiante come un sole, che brandiva una lama celestiale contro un Arconte di Celestia. Discutevano mentre combattevano. Anzi, non combattevano, danzavano tra e con le lame.

Era accaduto che un umano e un’erinne di straordinaria bellezza fossero divenuti una coppia: l’erinne aveva rifiutato di tornare agli inferi pur di restare con lui, anche se ancora non comprendeva di essersene innamorata. Il “Bene Supremo” non poteva tollerare però un’unione di quel genere, e aveva mandato l’Arconte per distruggere “l’abominio diabolico e il suo amante dall’anima dannata”.

Il ragazzo se ne rese conto quasi per caso: il cosiddetto “Bene Superiore” può causare dei danni pari e superiori al male che vuole combattere, se portato avanti alla cieca. Vide che un paladino può essere accecato dal proprio addestramento, e che pochi avevano la forza di superare quel limite, divenendo veri emissari divini e apprendendo come guardare non solo con gli occhi della ragione, ma con il cuore.

L’Asuras si rese conto della scelta che stava maturando nel cuore del ragazzo, e non passò molto tempo prima che lo condusse definitivamente nel piano materiale più accessibile dai piani esterni: quello dove sorge l’impero almense.

Qui, vedrai le stelle prendere forma di eroi e immortali. Potrai parlare con loro. Potrai combattere contro le manifestazioni di numi di mondi lontani. Potrai attraversare mari e monti, affrontare creature terribili e le più grandi sfide, quelle con te stesso.” così gli si rivolgeva, mentre entravano nella grande città cinta da mura, incrociando decine di persone che li ignoravano, vedendo passare gnomi, giganti, nani, elfi... come ad un crocevia di mondi.

Una grande piazza, una fontana presso cui un vecchio ammoniva alcuni giovani dal lanciare incantesimi, delle grandi vie, dove potevano passare anche quattro carri allineati. Il cammino del giovane con il suo mentore terminò di fronte a un tempio, nel quale entrarono. Un cavaliere li guardava passare, impassibile, il primo dopo anni che non guardava stralunato il ragazzo dall’aspetto strano.

D'ora in poi, dovrai dire addio ai canti delle muse, ai giardini di Arborea, ai reggimenti di Bytopa, perché è difficile che tu possa rivedere quei luoghi facilmente. Ariel Silverblade – indicò il guerriero che stava in attesa, paziente – ti inizierà a una via che richiederà sacrifici, ma che potrà donarti grandi soddisfazioni.” Detto questo, dopo una breve esitazione, la prima che il ragazzo ebbe mai visto, l’Asuras si voltò e, allontanandosi, mormorò, senza che il ragazzo sentisse ‘Addio, figliolo’. Neppure lui però sentì il sussurro del giovane, che quasi non si era reso conto di parlare: ‘Addio, padre’.

Silverblade insegnò le sue arti al ragazzo, dopo avergli scelto un nuovo nome: neppure il maestro paladino conosceva il suo Vero Nome, data la natura (parzialmente) planare, avrebbe dato un grande potere su di lui a chiunque lo conoscesse, quindi ne avrebbe avuto un altro con cui essere conosciuto sulle terre di Alma. Un soprannome, più che un nome: Archangel.

Sono passati molti anni, da allora.

Il ragazzo è diventato un uomo, ha visto molte cose del mondo, ha vissuto molte avventure, ha visto molti mondi, fra cui la meravigliosa Arcadia che tutti visitano soltanto in sogno... ha raccontato egli stesso qualche storia, ed è stato anche in un racconto di un vecchio Ent.

Ha seguitato, oltre alle arti della guerra, a dilettarsi con quelle delle Muse, ha partecipato come narratore a una grande rappresentazione, con un ordine di avventurieri devoti a seguire un’unica via, e ora dediti alle arti. E` giunto alle nobili sale dei Filosofi, lui che non ebbe nobili natali, per portare il proprio aiuto, il proprio pensiero, che ha viaggiato per i piani, che ha visto gli eccessi del bene e del male. Ha affrontato, in difesa di un villaggio, il generale dell’esercito celeste, perché non si agisce in base ai preconcetti, ma solo per ciò che si vede, ciò che si sente e ciò che si prova.

E ha conosciuto la Forza... lo stile di vita di chi ha compreso che ogni essenza condivide in parte la stessa natura, che permea ogni essere e cosa, è diventato anche il suo. Ha maggiore coscienza di sé e di ciò che lo circonda e, in un certo senso, è divenuto più forte, più completo, più... se stesso.

Ora, pensate a una montagna enorme, oltre un grande mare fatto di acido ribollente. La montagna è la prigione per una creatura mostruosa, la cui pelle è un tesoro prezioso per gli avventurieri, quasi quanto letale è il morso di quel rettile enorme. Dalla montagna emerge il ragazzo, ora paladino a tutti gli effetti, ancora sulla via per divenire un emissario divino, come l’Asuras che è stato ed è suo mentore e genitore... è ferito, e si ferma di fronte alla montagna dove la bestia ancora attende, scuotendo la terra coi suoi ruggiti. Si appoggia, stanco e dolorante, a una grande roccia, le ferite bruciano, sanguinano, tirano... e poi, un tocco, gentile.

E` la prima volta che sente un tocco così leggero, un tocco ristoratore che con il dolore allontana anche la stanchezza. Nuove energie vengono infuse non soltanto al suo corpo, ma al suo spirito, per un tocco sconosciuto, ma insieme noto.

Solleva lo sguardo, il suo sguardo fiammeggiante con cui ha sfidato sempre anche se stesso, e non vede un grosso guerriero come quelli a cui è uso. Non è neppure un avventuriero leggendario, ma un’elfa.

Minuta, fragile, eppure che emana un’energia arcana, forte e dolce insieme. Non l’ha mai vista prima, ma ha l’impressione di conoscerla da prima della nascita. Non ha titoli altisonanti, solo un animo gentile.

Amberle.

Per la prima volta, proprio a lui che ha avuto l’incoscienza di affrontare tutto, mancava il coraggio di rivolgerle la parola. In silenzio, affrontarono di nuovo la bestia, e lui portava l’assalto con vigore rinnovato, sentendo la presenza dell’elfa dietro di lui come un secondo scudo, la sua vicinanza che gli dava incessantemente forza. Si stupì egli stesso di guardarla di nascosto, mentre girava attorno al Tarrasque, nella grande montagna, quasi ignorando il nemico con cui scambiava colpi tremendi pur di vederla ancora un istante...

La vittoria, quella sera, aveva un sapore diverso.

Le emozioni. Le aveva bandite da sé, e rieccole farsi avanti. Ma questa volta non aveva intenzione di allontanarle. Lentamente, il dettame “non v’è Emozione, vi è Pace” si sta trasformando, nel paladino, che ha lottato con le convinzioni di un troll per farsi accettare come corteggiatore di Amberle, che ha lottato, insieme a lei, col Fato, per dimostrare che erano l’uno per l’altra... e con le emozioni, poco prima del fidanzamento, è divenuto completo, le fiamme degli Asuras che hanno cominciato a divampare, in guisa d’ali, sulle sue spalle. Ali che ardono come le passioni del paladino, incessanti, a donargli potere, a spingerlo a fare dono ad Amberle del suo Vero Nome di creatura planare, della sua stessa anima, un dono che da una parte mostra il totale affidamento e la completa fiducia nell’elfa e che, dall’altro, ha il potere di proteggerla dai pericoli e di far sapere a lui, anche a distanza, che pericoli possa attraversare per poter accorrere, se lei lo desidera, al suo fianco.

Il tempo, nel suo scorrere, ha visto molti cambiamenti e, fra questi, anche la scelta di non celebrare delle nozze... L’Eladrin è diventato un membro della famiglia degli Eleandil, accettato dalla capostipite, da “zia Nikea” in virtù del legame spirituale che si era instaurato, sebbene Amberle abbia scelto di non volersi sposare, ma questo non cambia minimamente l’affetto che lega fra loro tutti i membri della famiglia e che si rinnova, sempre, attraversando gli eventi più grandi e quelli più semplici che si manifestano nel mondo almense, vivendo le vicende tipiche, e quelle meno tipiche, che incontrano gli avventurieri nella loro esistenza. E` con la famiglia che, sfidando la sorte e le aspettative, ha affrontato poteri che allora erano superiori ai loro, uscendo vincitori dal castello della rosa nera, dalle sabbie del deserto di El'Quebbar, dai mutevoli corridoi del sottosuolo del Bosco Verde, dalle spire gonfie di male di Ravenloft o che, in tempi non di guerra, ha visitato quello splendido reame che è Arcadia, ne ha assaporato l'essenza, l'ha sentita entrare sotto la pelle e ha accettato, con orgoglio e perché già lo era, di essere un guardiano della Custode.

Qui si conclude la narrazione di questa storia, la storia di un Eladrin mezzo sangue... la mia storia.

Ed ora, narratore e personaggio narrato, ritorno a vivere e continuare la mia storia che è poi la mia vita, per ascoltare e scrivere magari altre storie che in futuro saranno raccontate, forse, da un vecchio Ent che ha voglia di divertire i folletti del reame d’Arcadia...


(la storia di Archangel è presente anche fra le pagine della famiglia degli Eleandil )