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La madre era una figura esile e minuta, con grandi occhi verdi e con fluenti e fieri capelli rossi, di carnagione estremamente pallida, quasi lattiginosa: non era bella, ma era nel fiore dei suoi anni quando rimase incinta e durante la gravidanza pareva come illuminata dalla grazia d'esser donna. Il padre al contrario era alto e robusto, quasi glabro e di pelle scurissima, come bruciata dal sole; era un grande lavoratore e non parlava quasi mai: anche per trattative importanti o cose che riguardavano soprattutto lui, preferiva lasciar parlare la moglie; d'altronde lei non l'aveva mai deluso in nessuna circostanza. Avevano condotto una vita tranquilla ai margini di un villaggio rurale, vita che fu bruscamente interrotta quando entrambi, che avevano sempre goduto di ottima salute fino alla nascita del figlio, si ammalarono gravemente e morirono in poche settimane colpiti da un morbo violentissimo e sconosciuto.

Gli abitanti delle zone limitrofe, informati della situazione, temendo il diffondersi di un'epidemia e grazie al malcontento di molti che ritenevano il bimbo portatore di sventura, decisero di abbandonarlo al suo destino: lo infilarono cosi' in una cesta di vimini e lo lasciarono alla deriva sul fiume che segnava i confini settentrionali del villaggio. La cesta comincio' un breve ed al contempo lunghissimo viaggio: infatti, pochi istanti dopo essere sparita dalla vista di chi gia' se la stava dimenticando, percorse in pochi secondi una distanza immensa, oltrepassando strani vortici, da un fiume ad un altro, attraverso due diversi ingressi nascosti della mitica citta' di Eldorado: un incredibile scherzo del fato. I nativi che si trovavano sulla riva sulla quale ricompari', vedendo galleggiare la cesta a poca distanza e per lo piu' incuriositi dal metodo sconosciuto dell'intreccio dei rami e dalla natura del suo interno, la recuperarono e ne salvarono il particolare contenuto dalla morte per inedia alla quale stava soccombendo: certo avrebbero preferito trovarci qualcos'altro, ma in qualche modo accolsero il piccolo essere, che negli anni a seguire fu allevato a turno da differenti nuclei familiari, dapprima solo quelli della comunita' ai margini del villaggio, in seguito anche da nuclei piu' vicini al centro abitato vero e proprio... senza mai ricevere l'amore di nessuno, gia' da giovanissimo venne sfruttato in ogni modo possibile, alla stregua di un servo o di uno schiavo. Quando ancora non parlava correttamente si svegliava all'alba e lavorava fino a tarda notte; a stento gli veniva concesso il sonno e si coricava spesso sopra ad un tavolaccio, quasi mai in stanze riscaldate se non nei mesi piu' rigidi dell'anno. Era vestito di stracci ruvidi e cenciosi, aveva soltanto un paio di pantaloni di tela per i grandi calori ed un camiciotto di lana vecchissimo e fuori misura per i grandi freddi. Non mangiava carne se non per caso e viveva senza un nome, abbassando gli occhi, abbassando la voce. Non riceveva amore ma neppure odio e rimaneva sempre calmo e tranquillo, diversamente dai suoi coetanei, da cui era isolato, solo in parte per loro scelta.

Era solo un piccolo essere senza padre ne' madre, senza un nome, senza delle vere vesti e senza un asilo stabile. Il suo cuore era vuoto ma, nonostante tutto questo, era vivo. Inoltre, grazie ai diversi e spesso riluttanti tutori che continuamente se lo scambiavano dopo brevi periodi, come se temessero d'essere accusati degli sfruttamenti a cui lo sottoponevano, ebbe occasione di imparare mestieri diversi, riuscendo a dimostrarsi sorprendentemente abile nello svolgere tutti i compiti a lui assegnati. Non sembrava mostrare un reale interesse per quasi nulla, tranne forse per racconti riguardanti maghi e stregoni, ma imparava in fretta qualsiasi cosa gli venisse mostrato o che avesse occasione di vedere. La gente intorno a lui cominciava a rendersi conto che quello strano bambino che non parlava mai (se non da solo), forse era molto piu' sveglio di quanto non sembrasse: in effetti, pur reagendo prontamente ad ogni stimolo, aveva un atteggiamento assente, come se la realta' non lo interessasse: eppure sembrava in grado di compiere anche attivita' nuove senza bisogno di insegnamenti, quasi per istinto.

Anche crescendo, per i suoi coetanei rimaneva un mistero: simile a loro ma diverso, intrepido ed inventivo, vagabondo e isolato, agli occhi dei fanciulli piu' fortunati di lui aveva qualcosa di miserabile ed al contempo onnipossente: sembrava loro un essere soprannaturale. In quel periodo nessuno si accorse di certi suoi gesti o azioni, tantomeno di alcuni piccoli furti che perpetrava, per lo piu' cose di poco valore che utilizzava per piccoli trucchi di magia: alcuni li aveva ideati lui stesso, gli altri glieli aveva insegnati un vecchio mezz'elfo schivato dagli altri abitanti del villaggio, a causa del suo passato oscuro e della sua natura meticcia. Il vecchio mori' prima di potergli insegnare piu' di pochi rudimenti e forse fu l'unico a provare dei sentimenti veramente positivi nei confronti del ragazzo, il quale pote' soltanto intuirlo e lo comprese solo molte decine di anni dopo, quando ormai ricordava solo confusamente la propria infanzia: da adulto ricordava i suoi primi tutori solo come luride figure di un sogno e gli pareva d'esser nato in un abisso da cui era stato tratto solo quando il suo animo si era gia' irrimediabilmente indurito. Gli faceva l'effetto d'un tempo in cui non avesse avuto intorno a se' altro che millepiedi, ragni e serpenti.

Per sua fortuna, e certamente per disegno di un destino solo in parte crudele, appena fu abbastanza cresciuto venne portato al cospetto del capo del villaggio: questi era un uomo intelligente e di grande carisma, anche se di animo ignobile, che continuamente cercava giovani di talento, atti a diventare la corte dell'immaginaria Camelot che avrebbe voluto fondare. Quando questi gli domando' come si chiamasse, il ragazzino, che allora non aveva nemmeno otto anni, gli rispose: 'Non mi serve un nome per essere migliore degli altri'. Impressionato dalle sue parole e dal suo sguardo, il capo si fece una gran risata e decise di farlo cenare alla sua tavola, per conoscerlo meglio e per vedere qualcuno dei trucchetti di cui aveva sentito parlare. Era un ragazzino ben strano, che riservava molte sorprese. Durante la cena l'adulto chiese al giovane di provare a stupirlo con uno dei suoi giochi di prestigio: mentre fissava il vuoto, come assente, il ragazzino prese un grappolo d'uva matura, lo copri' con una ciotola di legno e pronuncio' sottovoce una o due parole, sollevo' la ciotola ed una creatura simile ad un'iguana, di massa e di colori simili al grappolo d'uva, soffio' irritata verso i commensali. Il capo, e non soltanto lui, fece un salto sulla sedia, mentre l'iguana (che non era un'iguana) sgattaiolava tra i piatti di portata fin sotto il tavolo e lontano dalla vista. Forse si aspettava la sparizione di una moneta o qualcosa del genere e chiese spiegazioni al giovane, che rispose soltanto: "Non t'interessare dei fatti degli stregoni, sono subdoli, superbi, e veloci all'ira". A questa frase il capovillaggio avrebbe potuto irritarsi grandemente, ma non disse nulla, perche' evidentemente aveva gia' preso la sua decisione: non era la prima e non sarebbe stata l'ultima volta che un giovane veniva preso sotto la sua ala protettiva, ma questo giovane aveva potenzialita' sorprendenti.

Il ragazzo fu quindi istruito al massimo delle possibilita' che quel tempo e quel luogo permettevano, pote' imparare a leggere e scrivere in diverse lingue e venne introdotto al meglio a varie discipline che al garzone quale era sarebbero rimaste altrimenti inaccessibili. Con il passare degli anni gli vennero assegnati dei tutori e gli venne dato accesso privilegiato alla biblioteca personale del capo e, di tanto in tanto, fu persino mandato a studiare e imparare nuove arti e abilita' dai famosi maestri della non lontanissima Talonia, privilegio questo fin'ora mai concesso ad altri. I suoi studi spaziarono nei campi piu' diversi, mostro' un grande interesse nella consultazione dei testi di anatomia, erboristeria e di tutti i testi che parlavano in qualche modo di arti magiche di ogni genere, e studio' in maniera maniacale testi che trattavano in particolare l'antica magia attraverso la quale coloro che ne erano maestri riuscivano a mutare le proprie sembianze in cio' che desideravano. I testi trattavano anche di nuove possibili mutazioni, e cosa piu' straordinaria della possibilita' di mutarsi in leggendarie bestie che vivevano solo nell'era dei sogni. Alcuni dei testi che studiava erano considerati, spesso a torto, elaborati di pura fantasia ma fu proprio attraverso lo studio di alcuni di questi che riusci' ad aumentare enormemente la sua esperienza teorica e pratica, attuando, spesso in segreto, gran parte delle procedure descritte fino ad ottenere risultati a dir poco incredibili per la sua eta', riusci' ad un certo punto, un po' per fortuna, un po' per errore, addirittura a mutarsi in un minuscolo pettirosso (piu' piccola e' la creatura, piu' semplice e' l'incantesimo): era solo l'inizio di qualcosa che rimase a lungo un segreto, anche perche' all'aumentare della sua esperienza in campo magico corrispose il diminuire delle sue dimostrazioni pubbliche fino a che smise del tutto di mostrare le sue abilita'.

Nonostante la dignita' ed il rispetto con cui riceveva privilegi ed insegnamenti, non ebbe mai manifestazioni di gratitudine, anche se ovviamente si rendeva conto che in queste condizioni la qualita' della sua vita era migliorata in maniera notevole, la sua sistemazione era piu' che accettabile, non doveva lavorare e gli studi lo assorbivano completamente: forse la sua vita sarebbe continuata cosi' fino a quando fosse diventato il piu' giovane saggio dei reami, ma i suoi migliori maestri furono quelli che gli insegnarono le discipline del corpo forgiando cosi', prima che fosse troppo tardi, il suo fisico oltre che il suo spirito. In particolare il suo maestro di tiro con l'arco fu da lui talmente apprezzato da diventare la prima persona che ammiro' veramente: questi gli aveva insegnato che la forza era importante, si, ma che la resistenza e l'abilita' erano ancora piu' importanti, e che la cosa piu' importante di tutte era la concentrazione. Per dimostrare l'affermazione il vecchio maestro, che a volte aveva bisogno del bastone per camminare, e che ormai faceva fatica a stare diritto, aveva teso la corda di un arco che forse lo stesso Ulisse avrebbe fatto fatica a piegare. Quando poi il vecchio aveva scoccato la freccia, colpendo il centro del bersaglio ad una sessantina di metri di distanza, il giovane aveva spalancato tanto d'occhi. "E' la mente che tende l'arco, non il corpo!", gli aveva detto il vecchio, "se la tua mente e' forte, il corpo le obbedira'. L'arciere e' uno stregone, un sacerdote, nella tua religione". Fu grazie alle indicazioni del vecchio che, da un certo punto della sua istruzione in poi, il giovane intraprese anche lunghi (e spesso segreti) viaggi per andare a praticare dai maestri migliori, fossero questi viaggi di tutto riposo, quasi lussuosi, come quelli per andare da un giovanissimo, ma gia' leggendario Ibn Sina, a Syracusa, o visite sempre complesse all'interno di luoghi che incutono timore e reverenza, come la torre della magia... fino ai percorsi piu' sporchi e schifosi necessari a raggiungere Delfin, anche lei allora giovanissima, ma gia' maestra indiscussa di tutti i ladri. Cosi', il ragazzo si stava facendo uomo, senza umilta' ma anche senza presunzione, rimanendo indifferente alle sorti di un villaggio che non aveva mai sentito suo, il cui fiorire, apparentemente inarrestabile, era strettamente connesso alla fortuna della famiglia del capovillaggio, i cui componenti avevano cominciato a dedicarsi al commercio nella generazione precedente, con risultati insperati.

L'abitato era all'interno del territorio della capitale, amministrata da un arcivescovo che aveva in mano sia il potere religioso che temporale. Costui era una figura inflessibile e assoluta, che condannava ogni impurita' ma che rispondeva al male col male ed era empio di per se': era di fatto un tiranno spregevole che, vestito di paramenti sacri, ma seguace di un culto maligno e dedito a riti di adorazione del male, si sentiva al di sopra di tutto e non rispettava nessuna delle leggi che imponeva a chiunque, ed era infatti colpevole di tutti i crimini contro l'umanita' che un uomo puo' commettere ed inventore di abnormita' mai dimostrate o pubblicamente condannate. Quando rideva, cosa rara e terribile, allargava le sottili labbra tanto da scoprire le gengive e gli occhi diventavano due palle nere inespressive, cosi' che piu' che un volto umano, il suo sembrava la testa di un freddo predatore marino: proprio ridendo in questo modo decise, da un giorno all'altro, che il prosperare del villaggio minacciava il suo potere e scateno' il suo corpo di mercenari: la maggior parte degli abitanti del villaggio vennero uccisi o resi schiavi, gli edifici vennero saccheggiati e depredati, quindi dati alle fiamme. Il capovillaggio e tutti quelli a lui piu' vicini, cosi' come i giovani che stava facendo istruire, vennero condotti nella capitale dove gli furono riservati destini ben peggiori.

Durante l'attacco il ragazzo si trovava a grande distanza: stava infatti attentamente ascoltando gli ultimi insegnamenti di Grenetta, all'interno della torre della magia, quando l'odiato Kelmaran gli mostro' quello che stava accadendo al suo villaggio attraverso la superficie del pentacolo, compiacendosi della sua mancata reazione emotiva. Il ragazzo fu quindi l'unico che riusci' a sfuggire alla cattura e, indifferente alle sorti dei pochi rimasti, senza alcun rimorso per aver perso o abbandonato tutti quelli che conosceva, valuto' la sua situazione da questo nuovo punto di vista. Da sempre di indole flessibile, si sarebbe potuto adattare a qualsiasi nuova circostanza: forse per incoscienza, decise di recarsi nella capitale confondendosi ai molti viandanti di passaggio, osservando con interesse e curiosita' l'ambiente. Pur del tutto privo di equipaggiamento, oggetti magici o armi degne delle sue abilita', ormai aveva un discreto potere, ma nessuna intenzione di mostrarlo, cosi'nessuno bado' o fece caso particolarmente a lui, anche a causa del suo aspetto dimesso e delle sue vesti di certo non pregiate anzi, appena dignitose: spesso si spostava muovendosi silenziosamente, o rimaneva delle ore nascosto tra le ombre ad osservare gli spostamenti altrui... nessuno lo vedeva mai arrivare. In ogni caso aveva capito da tempo che cio' che voleva imparare non l'avrebbe imparato al villaggio e tanto meno in quella citta' che aveva da offrirgli meno di quel che sarebbe stato lecito aspettarsi: tutti i maestri li' presenti non potevano insegnargli nulla e spesso lo scacciavano senza riceverlo, perche' non aveva l'aspetto di qualcuno che potesse pagare. A molti di quei maestri capitarono vari incidenti ed inconvenienti dopo questi rifiuti: il seme della vendetta gia' germogliava in un animo vuoto e solitario, teso solo ad accumulare abilita' e conoscenze.

La sua sarebbe parsa una discesa inesorabile verso sentimenti negativi fin quando tutto cambio', come succede dall'inizio dai tempi alle vite di tutti gli uomini che hanno la fortuna di incontrare la donna alla quale sono destinati: una mattina di primavera, volando in luoghi proibiti e sorvegliati, di nuovo sotto le sembianze di un curioso pettirosso, si trovo' sulla ringhiera di un balcone sul cortile interno del palazzo, vide all'interno della stanza adiacente la piu' bella ragazza che avesse mai visto, che stava pettinando i suoi lunghi capelli: fu un tale tuffo al cuore per lui che perse l'equilibrio e svolazzo' buffamente all'interno.

Irene era nata povera e fu venduta in giovanissima eta' dalla propria madre come schiava ad un mercante dagli occhi buoni, gesto non cosi' biasimabile, in quanto compiuto nella speranza di un futuro migliore per la figlia; il mercante la tenne con se' con la dignita' di chi aveva appena perso una figlia d'eta' simile, ma col poco affetto che puo' dare chi pensa solo a qualcun altro. Nessuno fece veramente caso a lei, fin quando ella non sboccio' come un fiore, nello spazio tra una sera e la mattina seguente, e divenne cosi' bella che, appena il mercante giunse alla capitale, si trovo' a doverla pagare come tassa forzata all'arcivescovo, il qualche se ne innamoro' a tal punto da non volerla far sua con la forza: Irene non lo ricambiava ma era molto gentile con lui e questo gli dava la stessa falsa speranza che avrebbe avuto un giovinetto di poterla un giorno infine conquistare; in verita' lei era gentile con lui come lo era con chiunque altro. Ella era in effetti cosi' gentile e cosi' bella che chiunque la vedesse in un certo qual modo se ne innamorava: l'arcivescovo, che lo sapeva, la teneva quasi segregata, pur non facendole mancare nulla e corteggiandola in un modo subdolo ed alquanto inappropriato.

Quando quel buffo uccellino capicollo' all'interno della sua stanza, Irene ebbe una sensazione di tranquillita' cosi' forte che, quando lo stesso uccellino riprese la sua forma originale di giovane uomo, al posto di spaventarsi e gridare, vide fino nel profondo degli occhi tristi dell'inaspettato visitatore e questa volta fu lei ad innamorarsi. Descrivere a parole il loro amore non renderebbe giustizia a quei brevissimi e puri attimi che devono rimanere soltanto loro: cio' che nasce perfetto, muore perfetto.

Tristemente, della loro perfezione, dopo solo poche settimane, rimase soltanto un piccolo cerchietto d'argento, creato dalla magia, che i due si erano scambiati come simbolo: il loro amore fu scoperto dall'arcivescovo perche' qualcuno occasionalmente li vide e, forse in cerca di benevolenza o gratificazione, corse ad informarlo: questa solerzia condanno' l'incauto informatore, perche' il maligno arcivescovo appena udite le sue parole, come posseduto, lo uccise col solo tocco della sua mano, che lo fece avvizzire e morire in un istante. Poi, fuori di se' dalla rabbia, perche' se non poteva averla lui allora nessuno avrebbe mai potuto averla, l'arcivescovo evoco' le forze delle tenebre e scaglio' la sua terribile maledizione, non direttamente contro di loro, ma contro il loro sentimento, cosi' che le conseguenze furono ancora piu' devastanti e definitive.

Come risultato del terribile maleficio Irene perse ogni contatto con il mondo materiale e divenne istantaneamente un'eterea essenza, come possono esserlo il profumo di un fiore o il gusto di un frutto: divenne qualcosa di molto simile ad una Dea. Al suo innamorato fu riservato un destino enormemente peggiore: mentre vedeva svanire l'amore della sua vita, come risvegliandosi da un sogno, impotente di fronte ad un potere impossibile da controllare, egli fu risucchiato in un varco su una dimensione di dolore puro, popolata di demoni immondi, una vertigine atroce. Impossibile spiegare con parole il vortice di terrore in cui fu precipitato, il lurido inferno in cui fu torturato e ucciso soltanto per essere di nuovo tremendamente ferito e fatto soffrire fino alla morte migliaia di volte, in un abisso di orrori infiniti che durarono solo poche ore del tempo umano, ma che corrisposero la sofferenza di decine di vite mortali. Quando usci' da questo inferno fu come se fosse stato ingoiato, digerito e rivomitato dal mostro piu' terrificante che si possa immaginare: non era piu' nemmeno un giovane, ma un'incrocio di forme instabili tra la vita e la morte, l'uomo e la bestia, senza piu' coscienza di bene e male, impazzito dal dolore e colmo del potere malvagio che su di lui fu riversato, mentre subiva una graduale trasformazione che al suo apice lo rese qualcosa di tremendamente diverso da un uomo. Aveva sembianze ancora umanoidi, ma al posto delle dita aveva artigli spaventosi, in testa delle corte corna rigirate e sulla schiena due ali luride, simili a quelle dei demoni che lo avevano assalito nel terrore, lasciandogli cicatrici orribili su tutto il corpo.

Apri' gli occhi ritrovandosi ai bordi della foresta, nella prateria, dove un fiore volava via: "Non e' un fiore, e' una farfalla". Segui' con sguardo estasiato l'insetto che si era staccato con indicibile dolcezza da uno stelo e ora si librava con volo incerto; scorse cosi' molte farfalle simili a quella, che aleggiavano sopra la prateria, rapide soltanto in apparenza, e oscillavano su e giu' in un gioco che... d'improvviso si riebbe: l'inferno e la sofferenza invasero la sua mente. Senza nemmeno veramente deciderlo, fece l'unica cosa che avrebbe potuto fare: vendicarsi.

In questa sua nuova forma in parte bestiale oltrepasso' la foresta e fece il suo cammino verso la capitale: uccise in maniera efferata e brutale chiunque cerco' di sbarrargli la strada, arrivo' alla soglia del gran palazzo per un assalto in cui mise in pratica tutte le magie che aveva segretamente imparato e tutti gli incantesimi che gli erano stati insegnati. Stava quasi correndo quando pronuncio' le parole magiche del suo primo, tremendo incantesimo, 'qpaui diesilla': elimino' le guardie ai cancelli d'entrata con terrificanti fulmini a catena che colpivano uno dietro l'altro ogni bersaglio, poi, ancora al di la' della cinta muraria grido', 'uqz ghafw': da una improvvisa tempesta di ghiaccio scaturirono miriadi di minuscoli cristalli aguzzi e trasparenti che trafissero e congelarono chiunque si trovasse all'esterno del palazzo. Non guardava avanti a se' ma stava a testa bassa e, con passo determinato, giunse nel cortile interno dove lo aspettava il corpo di guardia personale dell'arcivescovo, schierato ai lati del maestoso portone d'ingresso; una guardia gli diede l'altola': lui levo' bruscamente gli occhi, guardo' fisso di fronte a se' e poi riabbasso' rapidamente il capo. Fu un gesto rapido come un lampo, ma chiunque lo vide ebbe un sussulto, come trovandosi all'improvviso, nell'oscurita', faccia a faccia con una tigre. Ma era qualcosa di peggio. Appena fu abbastanza vicino gli basto' un'altra parola, che pronuncio' quasi sottovoce, 'zabrahpdjatz': tutto il lato destro della guarnigione fu risucchiato improvvisamente da una voragine che si apri' nel terreno, e mentre il panico serpeggiava sui soldati che avanzavano verso la morte e che si arrestarono all'unisono quando la creatura che stava per ucciderli alzo' lo sguardo: il seme della follia baleno' nei suoi occhi e due lame che roteavano l'una attorno all'altra attraversarono le fila dei soldati mutilandone orribilmente la gran parte e uccidendo i restanti.

Era ormai a pochi passi dal suo terribile nemico e conscio del potere che rischiava di trovarsi contro evoco' mura di tenebra poi, appena fu abbastanza vicino, dalle ombre recito' un'antica pergamena scaccia magie che annullo' le protezioni clericali dell'arcivescovo, che, ormai consapevole del flagello che si stava per abbattere su di lui, fu improvvisamente colpito alle spalle con violenza inaudita. Il sacerdote riusci' comunque a girarsi e ad invadere di dolore il suo avversario ma non erano passati che pochi secondi dall'inizio dello scontro quando lo stesso spaventoso pugnale sacrificale si conficco' nel suo petto spaccandogli il cuore: un fiotto di sangue quasi nero schizzo' sulla faccia di colui che aveva avuto ormai la sua vendetta. Nello stesso istante in cui il cuore nero dell'arcivescovo smise di battere, profonde crepe, impercettibili dall'esterno, si formarono su tutte le mura del palazzo; i doccioni sulle guglie si scossero dal loro sonno innaturale e, trasformandosi da pietre in carne e sangue, si lanciarono in volo uno dopo l'altro, nell'oscurita'. L'intera capitale aveva appena cominciato il suo declino: di li' in capo a pochi anni sarebbe stata del tutto abbandonata dai suoi abitanti, le mura non piu' sostenute dal potere oscuro dell'arcivescovo sarebbero crollate, l'intera zona sarebbe sprofondata e la foresta si sarebbe allargata, mentre la vegetazione inglobava le rovine, nascondendole e condannando la capitale all'oblio in maniera talmente inesorabile che presto il suo nome e la sua storia furono cancellati e dimenticati, come se non fossero mai esistiti.

La morte dell'arcivescovo fu tuttavia talmente rapida e improvvisa da non essere, per il suo assassino, in alcun modo soddisfacente: il seme della vendetta era divenuto ormai un frutto amaro e l'amaro sapore di quel frutto gli rimase in bocca assieme al sapore del sangue, e un'enorme tristezza velo' per sempre i suoi occhi. Andandosene, si sentiva ora senza scopo: l'amore che avrebbe potuto salvare la sua anima si cristallizzo' nel ricordo e nel pensiero di lei, rendendolo vittima e carnefice di se' stesso. Reietto e fuggitivo, il suo aspetto lo costrinse ad esaltare la sua indole solitaria e nascondersi per la maggior parte del tempo, mostrandosi agli esseri umani raramente e solo col favore del buio, quasi sempre vestito come un lebbroso o come un mendicante. Ogni volta che doveva recarsi in luoghi abitati creava con la magia una fitta nebbia, che agitandosi inquieta, scendeva su di lui nascondendolo e proteggendolo.

Col tempo, si rese conto che oltre ai poteri magici, in qualche modo incredibilmente aumentati, l'esperienza demoniaca che aveva subito gli aveva donato sensi sviluppatissimi, da animale e da insetto... cosi' che l'istinto divenne per lui piu' importante della ragione: quell'esperienza lo aveva reso innaturalmente resistente o addirittura immune a quasi tutto quello che poteva ferire o uccidere, dandogli un potere rigenerante che in qualche modo gli allungo' la vita forse anche di centinaia di anni rispetto agli altri esseri umani.

Vagabondo' vittima della sua tristezza per molti e molti anni, invecchiando tanto lentamente da perdere ogni cognizione della sua reale eta', quasi sempre rubando cio' di cui aveva bisogno e spesso macchiandosi di crimini orribili per motivi anche futili.

Ora, pur spostandosi continuamente, anche attraverso piani di esistenza differenti e solcando magicamente il piano astrale si trova sempre piu' spesso nei pressi di Allania: affascinato da quei luoghi ha deciso di stabilirsi alla locanda dell'eroe perduto, giudicando quel nome ironicamente inadeguato.

In futuro, riuscira' a lenire il tormento e la sofferenza che provengono dai suoi ricordi grazie all'equilibrio donatogli dalla Forza, energia che sentira' scorrere potente in lui e attraverso lui. Assumera' il nome di Apoc, e con questo nome conoscera' e si fara' conoscere da eroi e avventurieri assieme ai quali, ancora oggi, sfida ogni giorno la morte, in cerca di qualcosa che lo faccia sfuggire alla realta' della sua vita... in cerca di qualcosa che lo distragga dal ricordo di lei... in cerca di qualcosa che lo faccia dimenticare... in cerca di qualcosa... qualsiasi cosa.